“FUORI I FASCISTI DALLA SAPIENZA !” / SLOGAN URLATO MA INGRATO

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La Città Universitaria di Roma in una recente immagine satellitare in 3D. Rielaborazione da Microsoft Mappe
Lo striscione con lo slogan degli studenti che hanno tentato di impedire il regolare svolgimento di un convegno all’interno della Sapienza. Da vari siti web

“FUORI I FASCISTI DALLA SAPIENZA !”. Uno slogan, quello usato nell’Ateneo romano da gruppi di studenti, che suona urlato anche se è solo scritto, oltre che ingrato in merito ai fatti storici. Poiché, giova ricordarlo, furono i fascisti, ossia gli esponenti del regime dittatoriale fascista a promuovere l’edificazione, negli anni 1932-35, della Città Universitaria della Sapienza in Roma.  Che è un vanto dell’architettura e dell’urbanistica italiana nel mondo, connotandosi a detta di vari studiosi (tra cui Giorgio Ciucci) quale esempio tra i più insigni di ciò che si intende per “Arte di Stato“.

Non si può quindi escludere che se non fosse esistito il regime fascista non sarebbe nemmeno sorto il noto campus universitario romano, da cui parecchi studenti vorrebbero cacciare proprio coloro che accusano di volersi rifare alla matrice politica che segnò l’identità estetica del pregevole complesso didattico.  Rendendosi con ciò quanto meno incoerenti, giacché si potrebbe dire che pur continuando a beneficiare dell’eredità del fascismo – intesa come patrimonio di edifici, aule di lezione, ambienti per lo studio, spazi di relazione, etc. -, essi non smettono di scagliarsi contro un regime defunto ormai da decenni e che parrebbe impossibile da riesumarsi. Il quale ebbe l’importante merito di aver creato l’eccelsa location dove tanti giovani si sono formati e istruiti, a contatto proficuo con l’arte e l’architettura.  Costoro, come ha giustamente sentenziato Vittorio Sgarbi in TV, “vivono nel fascismo e non lo sanno”, incarnando molto bene una speciale categoria di studenti, senza offesa per la beata gioventù, che potremmo definire “gli insapienti della Sapienza“. 

Il tema della presa d’atto dei risultati raggiunti dal regime dittatoriale fascista in campo architettonico e urbanistico, vista la damnatio memoriae che ha pesato per decenni e che tuttora pesa, continua quindi a non essere trattato con l’attenzione che richiederebbe, scevra da pregiudiziali avversioni ideologiche.  Ovviamente, dando per scontato che i meriti architettonici nulla hanno a che fare coi crimini di cui il fascismo si macchiò, che sono da condannare sempre e comunque.

Pier Paolo Pasolini, di cui fu nota la sua fede antifascista, aveva maturato la singolare opinione che l’innegabile qualità dell’architettura fascista, come quella riscontrabile nella città fondata di Sabaudia, nell’Agro Pontino, attestava il fatto che il regime fascista non fosse riuscito a sopprimere totalmente lo spirito “autentico” della cultura italiana, rimasta a suo parere, paradossalmente, intimamente antifascista anche nel periodo fascista.

Fino a pochi anni fa, in ambito accademico v’erano forti remore nel parlare di architettura fascista, ragion per cui si parlava di “architettura del periodo fascista” o “architettura tra le due guerre”, omettendo addirittura di citare il nome del regime politico e culturale che quell’architettura aveva creato e reso degna di essere ammirata. Analogamente dicasi per l’arte visiva in generale, da cui scomparvero per forza di cose i richiami al fascismo.

Al contrario, non s’ebbe molto ritegno nel distruggere o sfregiare opere architettoniche anche di notevole pregio, erette durante il Ventennio e viste pertanto come testimonianze da cancellare.  Si pensi alla Casa della Gioventù Italiana del Littorio (1936-38), edificata su progetto di Aurelio Cetica in Piazza Beccaria a Firenze, distrutta nel 1977 per far posto al nuovo Archivio di Stato.   La tristissima vicenda, che ancora oggi fa soffrire, sarebbe di per sé bastante a rendere finalmente doverosa, se non altro per senso di giustizia, la messa in luce dei misfatti dell’antifascismo, dei quali si è taciuto per non inficiare la reiterata messa in luce dei misfatti del fascismo.

I tempi parrebbero oggi maturi per riflettere su tali argomenti col giusto distacco assiologico, riconoscendo che non si può continuare a negare che il fascismo abbia fatto qualcosa di buono, se non escludendo a priori e per strenua faziosità,  quanto è accaduto in materia di attività costruttiva e artistica, per citare il solo ambito di nostro interesse.

Del resto, chi attacca l’intera eredità del fascismo dimostra platealmente di ignorare che i regimi democratici, come li intendiamo generalmente oggi, hanno iniziato ad esistere da tempi storici non molto lunghi.  Il che significa che quasi tutti i regimi precedenti – di faraoni, imperatori, papi, re, presidenti, etc. -, come anche taluni regimi coevi e successivi, non sono stati affatto democratici o lo sono stati molto poco.  Senza che ciò, ovviamente, abbia significato il disconoscimento del valore e della memoria di chi s’adoprò per l’arricchimento delle arti.  

Mi è capitato di sentir dire che dovrebbero ringraziarli i fascisti per aver costruito un campus universitario come quello della capitale d’Italia che ancora oggi, a distanza di decenni, dimostra di essere stato ottimamente progettato e costruito.   Un pezzo di città nella città, ovvero una mirabile sintesi di architettura e composizione urbana, di cui Franco Purini ha magistralmente descritto i pregi ascrivibili alla sapiente regia di Marcello Piacentini, che fu al tempo il dominus della cultura architettonica italiana.   A Piacentini si deve il merito aggiuntivo di aver coinvolto nell’attuazione della grande impresa alcuni tra i più talentuosi architetti nazionali, presumibilmente tutti fascisti (per convinzione, convenienza o mera presa d’atto della realtà), ma non per questo meno degni di plauso per le mostrate capacità di infondere al Razionalismo la materica astanza della monumentalità moderna. 

La Città Universitaria di Roma, per i suoi tangibili pregi storico-artistici, è quindi giustamente preservata dalle autorità preposte alla tutela, che non consentono alterazioni della sua fisionomia (peccato però per i pannelli fotovoltaici posti di recente sul tetto del Rettorato). 

Non voglio tuttavia espormi all’accusa di avallare posizioni nostalgiche o apologetiche, che sminuirebbero il valore dei nessi tra le considerazioni fatte e lo slogan utilizzato da chi ha tentato di impedire lo svolgimento di un convegno. Né vorrei ripetere pedissequamente la pur veridica frase, udita da qualche parte, che “fascista è chi da fascista si comporta”.   Del resto, non ho esitato a parlar bene del comunismo sovietico, quale regime dittatoriale che per l’insieme di tanti aspetti favorì anch’esso l’edificazione di eccellenti opere d’architettura (il Derzhprom di Kharkiv).  

La vicenda accaduta alla Sapienza il 25 ottobre scorso appare comunque eloquente per riflettere sulla persistente faziosità preconcetta di comportamenti davvero sconfortanti.  Che denotano, oltre alla scarsa conoscenza della storia, lo scarsissimo senso dell’onore che andrebbe tributato a coloro che furono gli artefici, a vario titolo, di un’esperienza che è rimasta impressa nel patrimonio architettonico italiano.

EMas (Emanuele Masiello) – Ottobre 2022


Gli architetti che furono coinvolti da Marcello Piacentini (in basso a sinistra) nella progettazione della Città Universitaria di Roma. Composizione da vari siti web (N.B. Nell’immagine non compaiono i ritratti di Giorgio Calza Bini e Francesco Fariello, mentre compare quello di Mario Sironi, autore del dipinto murale “L’Italia tra le Arti e le Scienze” nell’Aula Magna del Rettorato)
La Città Universitaria di Roma nel confronto tra un’immagine aerea recente (da Microsoft Mappe) e una planimetria databile al periodo di costruzione del complesso (da vari siti web)
Mario Sironi, L’Italia tra le Arti e le Scienze, Dipinto murale nell’Aula Magna del Rettorato, 1933 (nel restauro dell’opera, completato nel 2017, sono ricomparsi alcuni simboli del fascismo). Da vari siti web

Per saperne di più:

Guia Baratelli, La Città Universitaria di Roma : costruzione di un testo architettonico; con un saggio di Bruno Reichlin,  Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI) 2019