PIER PAOLO PASOLINI E LA VISIONE POETICO-CRITICA DEI PAESAGGI URBANI

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Due films documentari dei primi anni ’70 – uno sulle mura di Sana’a nello Yemen e uno sulla “forma della città” (dedicato a Orte e Sabaudia nel Lazio) – evidenziano pur a distanza di circa mezzo secolo il grande merito che ebbe Pier Paolo Pasolini nel porre all’attenzione del pubblico, in modo poetico-critico, la primaria esigenza di avallare e salvare il patrimonio storico-culturale, sia in Italia sia all’estero, esposto in quegli anni a inverecondi rischi di scempi.

Pier Paolo Pasolini alla macchina da presa

Nella sua non lunga vita, Pasolini si è distinto in molti campi della creatività umana. Egli è stato regista, sceneggiatore, drammaturgo, nonché poeta, romanziere, saggista, corsivista, traduttore, etc., mostrando un carattere poliedrico, intensamente attivo, notoriamente poco incline a seguire le tendenze dominanti. Si potrebbe dire che egli sia stato un artista che ha fatto della sua stessa vita un’opera d’arte, per quanto tormentata e chiacchierata.

In questo mio ricordo voglio però elogiarlo per lo specifico impegno che dedicò a far capire quanto fossero importanti le testimonianze del passato, gravemente minacciate ai suoi tempi dalla modernizzazione coatta.  Che egli detestava in quanto ritenuta agente di sconcezze antropiche che considerava offensive per la dignità delle persone e per l’inermità dei luoghi da proteggere.

Per la salvezza del patrimonio storico-culturale

Pasolini non era uno specialista di beni culturali o paesaggistici, come potrebbe intendersi oggi.  Egli sentiva però talmente forte il dovere di opporsi agli sfregi, da esserlo nella sostanza e nell’azione molto più di tanti altri.  Con ciò dimostrando che per per farsi attori della tutela (allora come ora) non era indispensabile appuntarsi distintivi o fregiarsi di titoli altisonanti (paesaggisti, ecologisti, ambientalisti o “benculturalisti” che dir si voglia).  Bastava riconoscere al patrimonio storico il valore di “risorsa economica che non costa nulla” (come ebbe a dire), da salvare quale bene più prezioso di cui un popolo o una comunità potessero disporre.   Senza timori di esporsi ai menefreghismi, ai cinismi dei vari poteri, alla solitudine intellettuale che Pasolini spesso pativa per le posizioni scomode e non convenzionali che assumeva con coraggio.

Pier Paolo Pasolini

Apprezzo molto che Pasolini fosse poco avvezzo alla retorica, usando ad esempio con molta accortezza la parola “bellezza”, che da molti anni trovo insopportabile da udire e da leggere per la pochezza e vacuità che essa comunica.  Quando insegnavo all’università tendevo addirittura a giudicare antipatici gli studenti che la usavano acriticamente, illudendosi di sfoggiare saccente cultura estetica.

Forse proprio per questo suo ritegno lessicale, Pasolini era molto preciso nel cogliere e descrivere, mediante immagini e parole, i pregi percepibili dei luoghi, dei siti, dei paesaggi, dei complessi monumentali, etc. Mettendone a fuoco con eccelsa abilità i valori storici ed estetici (formali, cromatici, materici, etc.) che essi promanavano. Il che lo rese un protagonista, in Occidente, dell’importante filone culturale teso a preservare e valorizzare l’eredità del passato – non meno della natura, del paesaggio o dell’ambiente – con forte senso della coscienza civile.

Com’è alquanto noto, ciò che disturbava molto Pasolini era l’omologazione del pensiero, dei costumi, dei comportamenti individuali e collettivi, a cui egli attribuiva la progressiva scomparsa dei diversi modi di vita. In ciò che stava imponendosi mediaticamente come “villaggio globale”, Pasolini paventava i gravi rischi di perdita delle identità locali. Che la modernizzazione non riusciva affatto a compensare, essendo essa spesso solo parvente, talvolta proterva a tal punto da non potersi in nessun modo avallare.

Gli esiti della Commissione parlamentare (1964-67) presieduta dal deputato democristiano Francesco Franceschini confluirono nell’opera intitolata “Per la salvezza dei beni culturali in Italia”, Casa Editrice Colombo, Roma 1967, di cui si riportano le immagini del secondo e terzo volume.

Il rifiuto dell’abbrutimento rozzo e sguaiato, che offendeva la genuinità, l’umiltà o la dignità, Pasolini riuscì a trasporlo dalle vicende umane alle vicende costruttive. Che risentivano in modo fin troppo evidente dei radicali cambiamenti sociali e culturali del suo tempo.  Molti interventi edilizi (fossero essi costruttivi o distruttivi) erano per Pasolini avvilenti in quanto frutto di ignoranza, di cecità, di approcci improntati al culto di una modernità anelata come un miraggio, che paradossalmente condannava a restare ancor più arretrati. Persino il Parlamento italiano avvertì l’urgenza di non trascurare quanto accadeva, istituendo la commissione d’indagine (1964-67) capeggiata dal deputato Francesco Franceschini, che segnò la storia della tutela del patrimonio storico nazionale.

Le mura di Sana’a

Tipiche costruzioni di Sana’a, capitale dello Yemen (immagine Wikimedia Commons 2007)

Già nel filmato intitolato Le mura di Sana’a (documentario in forma di appello all’UNESCO), girato nel tardo 1970 e pubblicato nel 1971 (visibile oggi in YouTube), Pasolini mostra gli eccezionali pregi storici ed estetici delle tipiche costruzioni di terra cruda, alte come torri e vistosamente decorate, che rendevano unica la capitale dello Yemen.  Investita a quei tempi da “una miseranda speculazione” non denunciata da alcuno.   La richiesta di un intervento dell’UNESCO, agenzia dell’ONU impegnata all’epoca ad accreditarsi con atti fattuali, fu davvero meritoria. Giacché riuscì a frenare la distruzione delle mura urbane, sfociando nell’iscrizione di Sana’a, seppure solo nel 1986, nella lista dei patrimoni mondiali dell’umanità.

Ma il filmato che mostra ancor meglio le speciali capacità esplicative di Pasolini nel far capire quali fossero gli aspetti che bisognava saper cogliere delle testimonianze urbane del passato è quello intitolato Pasolini e … “la forma della città”, visibile in YouTube oltre che nel sito delle Teche RAI.   Girato per la RAI verso la fine del 1973 e messo in onda il 7 febbraio del 1974, entro una sequenza di trasmissioni intitolate Io e …, il documentario è identificato nei titoli di testa quale programma di Anna Zanoli e regia di Paolo Brunatto.  In realtà, come è stato evidenziato dal critico cinematografico Roberto Chiesi in un saggio del 2003, il video – che costituisce una sorta di “trascrizione visiva” delle riflessioni raccolte negli Scritti Corsari del 1973-75 – può essere ascritto quasi integralmente a Pasolini. Il quale ne fu ideatore, soggettista, conduttore e voce narrante, oltre che regista prevalente.

Screenshot della sigla iniziale del documentario trasmesso dalla RAI intitolato «pasolini e … la “forma della città”»

Da notare che quella del tempo era una RAI che dedicava notevole impegno all’acculturazione degli utenti televisivi. Devo anzi dire che era una RAI che ancora oggi talvolta commuove per l’attenzione che rivolgeva a temi ispidi da trattarsi, che erano però determinanti per elevare la coscienza civile degli spettatori.

Da notare altresì che il tema della “forma della città”, della sua perdita e del suo possibile recupero, era all’epoca alquanto sentito e dibattuto negli ambienti della cultura urbanistica ed architettonica. Che si interrogava sugli effetti storicamente sconvolgenti apportati dalla modernità e affinava le metodologie di analisi dei fenomeni urbani.  Lo dimostra il notevole successo che ebbe il libro del teorico statunitense Kevin Lynch, The image of the city, MIT Press 1960, tradotto in italiano nel 1969 dalla Marsilio di Padova.

La città di Orte

La prima città a essere filmata da Pasolini è quella di Orte, in provincia di Viterbo, compattamente arroccata su una rupe tufacea di cui essa sembrava parte integrante, matericamente, da sempre. Rivolgendosi a Ninetto Davoli, che gli fa compagnia, Pasolini mostra e spiega, quasi didascalicamente, quali fossero gli aspetti della città di Orte che la rendevano degna di essere considerata pregevole e meritevole di attenzioni. Egli si sofferma quindi sulle fattezze visivamente percepibili della città, ovvero sulle case compattamente accostate l’una all’altra in maniera difensiva, sulle pietre che la rendono matericamente omogenea, sui percorsi lievemente sinuosi e in pendenza, adattati al terreno, i cui selciati, per quanto umili, appaiono al maestro degnissimi di essere preservati e tutelati.  Come aveva insegnato il filosofo Benedetto Croce in merito al rapporto tra “poesia popolare” e “poesia d’arte”, con argomentazioni poi avallate dal critico e storico dell’architettura Bruno Zevi.

Aerofotografia zenitale della città di Orte, in provincia di Viterbo (da Google Maps 2021)

Le riprese della città sono fatte da una certa distanza, in modo che sia ben percepibile il rapporto visivo tra figura e sfondo, che lega la città di Orte al cielo e al contesto, nonché il disegno dei profili che imprimono all’insediamento la sua forma spaziale. Ma, come Pasolini fa notare, zoomando leggermente indietro l’inquadratura ovvero includendo in essa più campo visivo, si vedono alcune costruzioni che turbano la “perfezione” formale della città antica, in quanto paiono estranee alla storia millenaria dei luoghi. Tra esse, lo sconforto si appunta su un edificio parecchio alto e incongruo, di case popolari, costruito vicinissimo ai resti di un imponente acquedotto. Si tratta di un edificio ancora oggi esistente, divenuto suo malgrado alquanto noto e disgraziato, che non riesco a fare a meno di riosservare ogni qualvolta percorro l’autostrada che passa vicino Orte.

Il profilo della città di Orte, visto oggi dall’autostrada. Si osservi sulla destra la palazzina di case popolari che Pasolini giudicò nel suo filmato  estranea ai caratteri storici del luogo (da Google Street View 2021)

So benissimo che Pasolini sbagliava nel pensare che le città dovessero conservarsi intatte, incontaminate, non potendo essere la loro forma eternamente statica, quale mero portato dei processi storici.  Va però evidenziato che nulla di ciò che mostra Pasolini nel filmato, quale visione poetico-critica della città storica di Orte, risente della burocrazia paesaggistica impostasi nei decenni successivi. Basata sulla mera osservanza di prescrizioni da legulei, spesso mal scritte e mal comprensibili, rivelatesi del tutto inefficaci di fronte alle sfide concrete della tutela.

Non penso quindi di esagerare dicendo che l’illustrazione pasoliniana della città di Orte costituisce una pietra miliare della cultura paesaggistica in Italia, soprattutto quale prezioso documento dell’arte di discernere i valori del paesaggio urbano e dell’ambiente storico.

Veduta aerea della città di Orte (immagine Wikimedia Commons)

Essendomi occupato per decenni di valutare la compatibilità di progetti e interventi vari, posso permettermi di considerare quello dedicato da Pasolini a Orte un magistrale saggio di teoria e tecnica di cultura paesaggistica, intesa quale disciplina che aiuta a comprendere e tutelare i nostri ambienti di vita. Un insegnamento tuttora vivo. Meritevole di essere nuovamente offerto non solo agli esteti del paesaggio italiano e delle sue rappresentazioni iconografiche, ma costantemente impartito a coloro che lavorano nell’ambito tecnico e amministrativo della tutela, esaminando piani e progetti, pronunciando pareri, scrivendo normative, partecipando a sedute congiunte, etc.

Quando scoprii casualmente il video, vari anni fa, fui molto felice di constatare che ciò che insegnavo ai miei studenti universitari, o che mettevo in pratica in Soprintendenza, non era molto diverso, nella sostanza e nella tensione ideale, da ciò che Pasolini intendeva far capire illustrando magistralmente anni prima, col suo sguardo attento, l’essenza e al contempo i dettagli più minuscoli e pregnanti della città di Orte.

La città di Sabaudia

Nel filmato si parla anche della città di Sabaudia, costruita durante il Fascismo sulla costa meridionale del Lazio, contestualmente alla bonifica integrale delle paludi pontine. Pasolini non omette di esternare in premessa la sua condanna del regime fascista, ma non può fare a meno di interrogarsi su ciò che osserva.  Cogliendo in Sabaudia l’evidenza di elevati valori estetici, quali la metafisica di Giorgio De Chirico, il razionalismo o l’accademismo, che sanciscono di fatto l’apprezzamento critico della città, il cui impianto urbanistico era stato delineato nel 1933-34 da un team di giovani architetti composto da Luigi PiccinatoGino Cancellotti, Eugenio Montuori, Alfredo Scalpelli.

Sabaudia, disegno del piano urbanistico del 1933 (dall’Archivio di Luigi Piccinato)

Come può essere, si chiede Pasolini, che una città fascista “ci sembri così incantevole ?” La risposta sta nel fatto, a suo dire, che il “regime fascista” non era riuscito a impregnare il sostrato profondo della cultura italiana, mentre il “regime democratico” aveva operato un’omologazione molto più diffusa e pervasiva.

Il vero Fascismo, afferma Pasolini nel video del 1973-74, poco più di un anno prima di morire ucciso, “è il potere della civiltà dei consumi che sta distruggendo l’Italia”, in modo talmente rapido da non essersene quasi resi conto. “E’ stato una specie di incubo (…. ), e adesso risvegliandosi da questo incubo ci accorgiamo che non c’è più niente da fare”.  Persino rispetto allo Yemen la situazione italiana sembrava a Pasolini “decisamente irrimediabile e catastrofica“, quale purtroppo è poi apparsa realmente in tanti aspetti percepibili degli esiti antropici dei tempi recenti.

Non credo che il deturpamento di buona parte dell’Italia fosse da addebitarsi alla sola “civiltà dei consumi” che, come è noto, è stata peraltro fonte di ispirazione per molti artisti (Christo) che hanno creato nuove estetiche ambientali.  E’ però difficile non condolersi con Pasolini per la sofferenza che egli provava nell’osservare, senza poterli impedire, i mutamenti dissennati (i quali, per quel che se ne sa, continuano impunemente) che venivano arrecati in quegli anni al territorio e al paesaggio storico italiano.  Pur essendo egli conscio di avere “un senso estetico forse esagerato, eccessivo”, non si astenne quindi dall’affermare che l’Italia avrebbe potuto riscattarsi civilmente solo quando fosse stata capace di processare e condannare i responsabili della distruzione del suo patrimonio. Tra i quali, allora come ora, non sarebbero da escludersi coloro che hanno costruito le proprie carriere sugli scempi autorizzati o “non visti”. La sua fu però una speranza che, almeno fino ad oggi, si è rivelata illusoria.

Comunque siano andate e andranno le cose, e qualunque opinione si abbia in generale sulla caratura culturale di Pasolini, ho ritenuto quasi doveroso, a beneficio del lettori, riproporre in questo sito la visione dei filmati dedicati a Sana’a, Orte e Sabaudia.  Auspicando che siano restaurati e degnamente valorizzati, per onorare la memoria di chi vi impresse in essi i segni della sua arte e del suo tenace impegno per scuotere le coscienze civili.

EMAS aprile 2019

 

 

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