BENI CULTURALI E ALTRO / QUALCHE IDEA PER IL NUOVO GOVERNO

Alcune considerazioni su come migliorare l'amministrazione dei beni culturali e paesaggistici in Italia, in occasione della formazione del nuovo governo

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In vista della formazione del nuovo governo, potrebbe essere utile offrire al presidente incaricato, Mario Draghi, qualche idea in materia di beni culturali e paesaggistici. Pochi suggerimenti che provengono da lunga esperienza diretta e dall’osservazione di tante ‘criticità’ sulle quali poter intervenire, senza grandi spese ma anzi con risparmi, per migliorare l’efficacia generale delle azioni che in tanti compiono per tutelare e valorizzare il patrimonio. Non mi dilungo su parole o locuzioni vacuamente altisonanti quali la ‘bellezza’, il ‘patrimonio culturale italiano primo al mondo”, etc. Mi soffermo invece su proposte concrete, che inciderebbero ‘strutturalmente’ sulla qualità della gestione di un settore della pubblica amministrazione che in Italia è senza dubbio primario.

Firenze, l’Arno tra il Ponte Santa Trinita e il Ponte Vecchio

1. Accorpare al Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo, il Ministero per l’Ambiente e la Tutela del Territorio e del Mare. Inizialmente, quando fu fondato da Giovanni Spadolini nel 1974, esisteva il solo Ministero per i Beni Culturali e per l’Ambiente, che si occupava di patrimonio storico-artistico (archeologico, architettonico, etc.), di Paesaggio e, per l’appunto, di Ambiente, ovvero dello spazio entro il quale viviamo e operiamo. In seguito, con la tendenza a frazionare e moltiplicare i centri di potere, l’Ambiente fu scisso dai Beni Culturali e Paesaggistici e, nel 1986, fu assorbito in un Ministero autonomo. Con conseguenze, a mio avviso, tutt’altro che benefiche. Soprattutto riguardo all’aumento di disfunzioni, di oneri burocratici, di smarrimento del senso di ciò che si fa, a fronte della riduzione dell’efficienza e dell’efficacia dell’azione esercitata dai pubblici poteri. Il riaccorpamento del Paesaggio all’Ambiente sarebbe a mio avviso un atto di saggezza che qualsiasi governo avrebbe dovuto compiere con urgenza e convinzione. Ma poiché sta per nascere un governo nuovo, che parrebbe animato da lodevoli intenti riformatori, mi permetto di andare oltre questo semplice auspicio/suggerimento. Personalmente ritengo che al Ministero per la Cultura e per l’Ambiente andrebbe a sua volta accorpato il Ministero delle Infrastrutture (ex Lavori Pubblici) e dei Trasporti, per il semplice fatto che le infrastrutture ovvero le opere pubbliche (strade, metanodotti, ferrovie, dighe, impianti energetici, aeroporti, etc.), stando sul territorio, sono con tutta evidenza più che strettamente connesse al Paesaggio e all’Ambiente, ovvero ai due principali modi di definire e interpretare la realtà percepibile. Va da sé che a tali accorpamenti dovrebbe corrispondere la revisione o la riscrittura delle leggi e dei regolamenti organizzativi degli uffici ministeriali, possibilmente unificando in ‘Codici’, meglio ancora che in ‘Testi Unici’, gli aspetti legislativi e organizzativi, comunque da semplificare drasticamente.

Firenze, il Corridoio Vasariano visto dalla sponda opposta dell’Arno

2. Rivedere la partizione delle competenze tra Stato centrale ed Enti territoriali (Regioni, Città metropolitane, Province, Unioni dei Comuni, Comuni, etc.), riformando nuovamente il Titolo V della Costituzione (che sebbene sia stato riformato di recente non ha prodotto i risultati attesi). Ciò che accade nel campo della tutela paesaggistica è molto eloquente per rendersi conto di quanto sia necessario fare ciò che si propone. Attualmente, per eseguire qualunque intervento edilizio in area ‘vincolata’ paesaggisticamente, deve essere acquisita l’autorizzazione, che richiede l’invio del progetto innanzitutto in Comune. L’Ente locale acquisisce il parere obbligatorio ma non ‘vincolante’ della Commissione Comunale per il Paesaggio (composta da tre ‘esperti’), dopodiché redige una proposta motivata di provvedimento e invia tutta la documentazione in Soprintendenza. Quest’ultima, nella persona di un funzionario responsabile, esamina la documentazione, valuta la compatibilità paesaggistica dell’intervento (ai sensi del Piano Paesaggistico Regionale, laddove esista), e rilascia un parere endoprocedimentale (obbligatorio e ‘vincolante’) indirizzato non al proprietario ma al Comune, il quale a sua volta redige il provvedimento autorizzatorio (ovvero il provvedimento di diniego) e finalmente lo invia al soggetto che aveva presentato l’istanza. A un tale complessa sequenza di procedure dovrebbe corrispondere un paesaggio tenuto in stato eccellente. Ma basta viaggiare in molti paesi del centro e del nord Europa per accorgersi che il paesaggio italiano versa in condizioni senza dubbio non migliori. Come in tante altre situazioni, si potrebbe quindi dire che “l’operazione è perfettamente riuscita ma il paziente è morto” o, in altre parole, che la prevalenza della forma sulla sostanza si è rivelata per l’ennesima volta fallimentare. Non mi soffermo su altre esperienze note o meno note che rendono più che necessario il riordino delle competenze tra Stato centrale ed Enti territoriali. Mi auguro comunque che il nuovo governo rifletta sulla dannosità degli effetti derivanti dalla perdurante situazione attuale, non solo per il paesaggio ma anche per l’economia.

Firenze, la cupola della Chiesa di San Frediano in Cestello

3. Elaborare e attuare con urgenza un “piano generale straordinario di pulizia, di bonifica, di manutenzione e di mantenimento in dignitose condizioni di funzionalità e decoro del territorio, del paesaggio, di tutti gli spazi pubblici e di uso pubblico”. L’Italia ha un patrimonio culturale e paesaggistico di valore immenso, ma il suo territorio è martoriato da un’atavica trasandata gestione. La sporcizia che si trova quasi ovunque è l’epifenomeno che più imbarazza e avvilisce. Come pure il dissesto idrogeologico che assorbe risorse enormi senza l’ottenimento di risultati tangibili. Leonardo Benevolo sosteneva che la distruzione del paesaggio e del territorio è stata la tragedia più grave che si sia abbattuta sull’Italia negli ultimi decenni. Ben più grave della criminalità organizzata, della decadenza economica, dell’annientamento dei “corpi tecnici” (che per Alexander von Humboldt sono le strutture portanti degli Stati e delle società), per il semplice fatto che alla distruzione del paesaggio e del territorio è molto difficile se non impossibile porre rimedio. Nulla di meglio, quindi, poter immaginare che una quota dei fondi del Recovery Plan europeo sia spesa per la cura e il mantenimento dei patrimoni culturali, dei boschi, dei parchi, dei quartieri urbani, delle strade, etc. Entro un piano o programma che dovrebbe includere anche l’ampliamento dei marciapiedi, l’eliminazione delle barriere edilizie, il rifacimento o la riparazione delle strade, etc., per migliorare in modo concreto l’assetto e le condizioni fruitive dei luoghi pubblici e di uso pubblico.

Roma, l’area monumentale dei Fori

In parecchi ritengono che si debba far conto di trovarsi negli anni del secondo dopoguerra, quando si trattò di ricostruire il Paese e di mobilitare le energie più volenterose e capaci nell’attuazione di progetti ambiziosi e lungimiranti. Mi auguro che questo breve contributo, in materia di beni culturali e paesaggistici, possa sollecitare le riflessioni e le decisioni che i tempi storici impongono.

EMAS – 7 febbraio 2021

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Roma, l’Altare della Patria
Roma, l’Altare della Patria, il Colonnato della terrazza superiore

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