LA REGOLA AUREA DEL SALDO POSITIVO NEL DEMOLIRE E RICOSTRUIRE

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CONSIGLI PER NON SFREGIARE IL PATRIMONIO ARCHITETTONICO, CHE ANDREBBE INVECE SEMPRE ARRICCHITO

Da non molto tempo mi è capitato di sentire telefonicamente l’architetto Cristiano Toraldo di Francia, docente nelle Marche, al quale ho ritenuto opportuno chiedere se gli sarebbe dispiaciuto che una sua opera, in un paese vicino Firenze, venisse demolita per essere sostituita da altri manufatti edilizi.

La sua risposta mi lasciò alquanto perplesso in quanto egli disse con noncuranza: “Se fanno qualcosa di meglio, va bene, non avrei problemi ad accettare la cosa”.  Il grosso problema, invece, era che io sapevo bene che non avrebbero certo fatto qualcosa di meglio, ma purtroppo qualcosa di assolutamente peggio. Tralasciai però di dirglielo apertamente, facendomi bastare la sua risposta che mi spinge a far conoscere anche per iscritto, in questo post, l’idea che sostengo da tempo in merito all’enorme importanza che a mio avviso andrebbe tributata alla regola aurea del saldo positivo, da rispettarsi sempre nei casi di demolizione e ricostruzione di opere edilizie o architettoniche.

Intorno alla suddetta regola devo dire che rifletto da molto tempo, specie da quando mi è capitato di porre attenzione al fatto che, in varie circostanze, alcuni edifici più che dignitosi, comunque meritevoli di essere preservati, siano stati abbattuti senza alcun riguardo, per lasciare il posto a sostituti talvolta peggiori se non indegni. Si tratta di vicende assurde ma che purtroppo sono state e sono ovunque all’ordine del giorno, come ci ricorda il famosissimo caso delle Halles Centrales di Parigi (Victor Baltand 1852-1870c), demolite brutalmente nel 1971-73 per far posto a un centro commerciale tra i tanti, peraltro in gran parte ipogeo, che non è mai riuscito a convincere che sia valsa la pena, in chiave di arricchimento del patrimonio architettonico cittadino, compiere l’operazione che ne ha sancito l’esistenza.

La distruzione nel 1971 dei Pavillons Baltard delle Halles Centrales di Parigi. Fotografia di Jean-Claude Gautrand. Da:  https://www.paris.fr/pages/jean-claude-gautrand-ou-la-memoire-des-pavillons-baltard-3761

Per quanto non esente da valutazioni discrezionali, giacché i giudizi estetici o similari attengono alle facoltà umane che sono individuali e contraddistinte da soggettività epistemica, l’applicazione della regola, sul piano pratico, non la ritengo molto problematica, almeno nei casi più evidenti.  Si tratta sostanzialmente di attribuire un valore, ovvero un punteggio, all’opera che si pensa di demolire, e un valore all’opera che si intende edificare (o comunque realizzare, anche senza edificazione in elevato – per esempio una piazza o altro), sul sito di quella destinata a scomparire.

Se il saldo, ossia la differenza tra i valori dell’opera edificanda e i valori dell’opera demolenda è positivo, allora l’operazione potrebbe essere consentita e persino avallata.  Se invece il saldo è negativo, dovrebbe essere assolutamente impedita, per non rischiare di arrecare danni più o meno gravi al patrimonio costruito. I matematici e i fisici sono soliti indicare tale saldo col simbolo Δ (delta), che sta a indicare il risultato finale meno il valore iniziale.  Non credo che un concetto del genere non si possa cercare di adattarlo, con le dovute attenzioni scientifiche, alle concrete attività che incidono tangibilmente sulla qualità degli ambienti in cui viviamo. Penso anzi che potrebbe essere divertente, oltre che formativo, cimentarsi nel calcolo del Δ di qualche intervento di demolizione e ricostruzione.

Nel caso citato della Halles Centrales, per quanto possa pesare la soggettività delle opinioni, apparve da subito alquanto evidente che il saldo tra ciò che fu demolito (i padiglioni Baltard) e ciò che fu costruito (il centro commerciale) fosse da ritenersi tutt’altro che positivo. Diversamente si potrebbe dire per altre esperienze, ove le nuove inserzioni edilizie non sono avvenute previa inconsulta distruzione di preesistenze salvabili.

Museo dell’Ara Pacis in Roma. La “teca” di Vittorio Ballio Morpurgo (in alto) e l’edificio di Richard Meuer (in basso). Elaborazione di EMas con immagini tratte dal web.

Più difficile da stabilirsi è l’entità o il segno del saldo, nel caso del Museo dell’Ara Pacis in Roma, tra la “teca” (1938) di Vittorio Ballio Morpurgo (demolita nel 2001), e il costruito edificio sostitutivo (2000-06) di Richard Meier.  Entrambe opere di eccellente pregio architettonico, i cui valori si può dire che quasi si equivalgano, seppure non a parere di tutti, come accade spesso quando c’è da giudicare qualcosa.  In casi del genere, insieme alla regola di cui trattasi, non dovrebbe essere trascurato, a mio parere, il rispetto del principio di preservazione degli ambienti urbani che abbiano acquisito un certo pregio e un certo assetto, difficilmente modificabile al meglio. E comunque, a un tale argomento potrà essere dedicato un approfondimento successivo.

Considerazioni analoghe potrebberro essere fatte in merito a quanto accaduto in Firenze, con la vicenda della demolizione (1975-76) della ex sede della Gioventù Italiana del Littorio (1936-38) progettata da Aurelio Cetica, e dell’edificazione al suo posto dell’Archivio di Stato (1972-89), di Italo Gamberini. Un’operazione di sostituzione architettonica molto poco meditata, il cui saldo parve subito solo a qualche coraggioso critico tutt’altro che positivo. La schiacciante maggioranza dei decisori fu irremovibile nell’attuare il proposito, stoltamente improntato a un tardivo spirito di damnatio memoriae del Ventennio e di ciò che ne perpetuava visibilmente il ricordo.

Firenze, la sede della Gioventù Italiana del Littorio (in alto) e la sede dell’Archivio di Stato (in basso). Elaborazione di EMas con immagini tratte dal web.

L’importante, per l’applicazione della regola del saldo positivo, i cui esiti non potranno mai essere incontestabili, è il giudizio critico da esercitarsi nell’attribuzione di valore al patrimonio costruito o costruendo.  Il che non ha nulla a che fare con le classificazioni poco riflettute, degli edifici esistenti, solitamente accluse (di default) agli strumenti della pianificazione (urbanistica, paesaggistica, ambientalistica, etc.). Piuttosto, è la non facile arte della critica dell’architettura (o dell’edilizia), quale discipina facente parte della critica dell’arte, che dovrebbe essere invocata e posta alla base delle decisioni da prendere. Ben sapendo, come accennato, che la soggettività epistemica è connaturata agli esseri umani.

Mi capita spesso di fare il seguente esempio:  “Se considero una scala di valori da 0 a 100, potremmo stabilire che il valore 0 coicide col peggio che vi possa esistere (per esempio una catapecchia ultradegradata di lamiera immersa nei rifiuti) mentre il valore 100 coincide con un’opera che si trovi ai vertici dell’arte architettonica (per esempio il Castello di Federico II in Puglia). Ebbene, se a qualcuno venisse in mente di demolire un qualsivoglia edificio “storico”, che possiede, si fa per dire, un valore di 60, si dovrebbe poter consentire l’operazione se e solo se si accertasse, fatte le dovute valutazioni (di tipo storico, estetico, tecnico, funzionale, ambientale, paesaggistico, etc.), che l’edificio destinato a sostituirlo, ovvero ciò che prenderebbe il suo posto, superasse e non di poco il valore di 60″.  Niente quindi di cervellotico o astruso, ma un qualcosa di semplice buon senso, nella misura in cui si è consapevoli che chi è chiamato a esprimere giudizi, motivati, dovrebbe essere in grado di farlo.

Mi rendo conto che una tale regola potrebbe essere vista come una versione solo in apparenza diversa ma nella sostanza identica alla regola, anch’essa più che aurea a mio avviso, secondo la quale  bisognerebbe sempre “lasciare le cose meglio di come le si trovano“, o comunque non peggio.  Cosa che purtroppo, malgrado le millantate buone intenzioni, accade tutt’altro che spesso, specie dove scarseggiano le conoscenze storiche, le capacità critiche (che saranno sempre, come ripeto, discrezionali), e dove anche il gusto personale di chi è chiamato a decidere non si fonda su basi culturali solide.

Nella City di Londra, l’edificio Mappin & Webb (a sinistra), classificato di Grado II, fu demolito nel 1994 per far posto all’edificio N.1 Poultry (a destra), a sua volta classificato di Grado II* nel 2016. Da: https://en.wikipedia.org/wiki/Listed_building  . Il raffronto mostra come talvolta sia tutt’altro che facile ottenere un maggior valore con ciò che si costruisce rispetto a ciò che si demolisce.

Comunque sia, lo scopo primario da raggiungere dovrebbe essere quello di impedire che sia distrutto, sfregiato o danneggiato il patrimonio costruito avente un certo gradiente di interesse. Non solo, ovviamente, quello di pregio eccellente che il più delle volte è tutelato dalle leggi, ma anche quello avente valore testimoniale o relazionale (“contestuale” come si direbbe altrimenti), che viene talvolta sacrificato per favorire operazioni immobiliari dai dubbi effetti benefici (non raramente di mero profitto economico), che arrecano rozze offese al valore collettivo della memoria.

Anche solo a giudicare dalle simulazioni grafiche che precedono l’attuazione dei progetti, tali operazioni paiono spesso avulse dalla coscienza del valore che hanno i luoghi e gli edifici condannati a perire o a mutare di aspetto, e dell’importanza che dovrebbe avere la regola aurea del saldo positivo tra ciò che si demolisce e ciò che si ricostruisce.

EMas (Emanuele Masiello) – Ottobre 2014


 

Per una dotta disamina di tematiche affini, si veda, di Davide Grasso:
Tutela, stile autografia. Ontologia dei beni culturali e architettura

 


 

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