In un commento sulla triste vicenda della demolizione dell’ex Teatro Comunale di Firenze, sostituito da un complesso residenziale di lusso, si parla degli errori compiuti e del perché si dovrebbe istituire una Commisione Nazionale d’Inchiesta.
(NB. Articolo apparso contestualmente nell’edizione fiorentina del quotidiano “La Nazione” del 24 febbraio 2026)
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“CUBI NERI” E ALTRO – QUALCHE CONSIDERAZIONE
Sulla vicenda del famigerato “cubo nero”, che tanto sdegno a suscitato nelle persone che amano Firenze, vorrei esporre qualche breve considerazione. Premettendo innanzitutto, come punto fermo, che il Teatro Comunale non andava abbattuto, e che l’averlo fatto ha costituito uno sfregio tra i più allucinanti inferto alla città negli ultimi anni. Non tanto perché possedesse un acclarato pregio architettonico, raffrontabile, giusto per intendersi, al Teatro San Carlo di Napoli o al Teatro alla Scala di Milano, ma perché ha segnato la storia della cultura musicale a Firenze, costituendo un bene architettonico di valore quanto meno identitario (come s’usa dire oggi), e quindi da preservare, dell’immenso patrimonio cittadino. Per generazioni di fiorentini il Comunale è stato il teatro dell’Opera e dei concerti, come parte integrante della memoria comunitaria e del paesaggio urbano.
Fu quindi un primo errore non averlo “vincolato” (leggasi assoggettato a tutela culturale), integralmente, limitandosi a “vincolare” la sola facciata su Corso Italia. Una scelta improntata al “facciatismo” d’altri tempi, quando ormai da decenni si riconosce che le architetture di valore storico vadano valutate nella loro interezza, anche se frutto di vari apporti diacronici.Del resto, le fotografie esposte all’interno del nuovo Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, alle Cascine, sono eloquenti nel documentare il valore dell’opera, prima che perisse sotto i colpi impietosi dei demolitori.
Un secondo clamoroso errore è stato quello di aver consentito, nell’elaborazione del “Piano di Recupero” (che invero ha un nome improprio visto che si è recuperato ben poco di ciò che esisteva – “le parole sono importanti !” come diceva qualcuno) di raggiungere altezze comparabili alla torre scenica del vecchio teatro. Non tenendo conto di una verità notoria e cioè che nel passaggio da funzioni “specialistiche” (come quelle teatrali), a funzioni prevalentemente abitative (quali quelle ricettive e simili), senza riduzione drastica delle cubature, si rischia di ottenere risultati a dir poco incongrui, quali quelli del “cubo nero”. O, per meglio dire dei “cubi neri”, giacché, per l’appunto, l’eccessiva cubatura consentita agli investitori, in sostituzione di quella esistente, ha generato il prevedibile esito dei tre volumi a torre, con affacci anche sui passaggi interni per rispettare i parametri tecnico-normativi dei rapporti aero-illuminanti etc.
Un terzo e ultimo aspetto su cui vorrei soffermarmi, è quello relativo all’esistenza di un “vincolo” paesaggistico (emanato con Decreto Ministeriale del 31/08/1953) mirato a preservare il valore “estetico e tradizionale” dell’edificato lungo le sponde urbane dell’Arno. La scheda di tale “vincolo”, acclusa al PIT-PPR (Piano di Indirizzo Territoriale – Piano Paesaggistico Regionale) della Toscana, è un documento pubblico, scaricabile dal sito web della Regione. E’ quindi facile conoscere le disposizioni ivi contenute, con riferimento sia alle “prescrizioni” (aventi valore cogente) sia agli “obiettivi con valore di indirizzo” (rivolti agli aspetti più generali). Tuttavia, essendo le suddette disposizioni interpretabili, come molti testi normativi, resta vivo un interrogativo cruciale: tale “vincolo” paesaggistico avrebbe potuto – o dovuto – impedire la demolizione delle parti architettoniche non sottoposte a tutela culturale ?
Si tratta di una questione presumibilmente centrale anche per l’inchiesta penale in corso, dal cui esito c’è da sperare che i responsabili non restino impuniti e siano quanto meno allontanati dai ruoli ricoperti. L’auspicio è che non tutto finisca, come troppo spesso accade in Italia, “a tarallucci e vino”, con enorme aggravio del danno di immagine per la città e il Paese.
Al di là dei giudizi di valore (soggettivi) esprimibili sugli edifici sorti ove s’ergeva il Teatro Comunale, ciò che a mio avviso è da considerarsi inaccettabile è la perdita irreversibile dell’opera architettonica in sé, che ha significato un ulteriore mutilazione del patrimonio storico fiorentino. Avvenuta ancora una volta nell’ignoranza della regola aurea secondo la quale il saldo tra ciò che si demolisce e ciò che si costruisce deve essere sempre positivo.
Paiono quindi risibili e svianti le posizioni di chi parla genericamente di “inserimento del moderno nell’antico”. E’ risaputo che le città aventi storie di lunga durata non sono altro che palinsesti o sedimentazioni di inserti moderni in contesti di preesistenze. Il problema non è il moderno in sé, ma l’evidente deficit di capacità nel riconoscere il valore dell’architettura, antica o contemporanea che sia. Come dimostra anche la controversa vicenda del “recupero” (si fa per dire) del vasto complesso urbano dell’ex Ospedale Militare di Via San Gallo, anch’esso oggetto di giuste contestazioni.
Altrettanto risibili sono le ipotesi palliative di pitturare con colori diversi i “cubi neri” (di ottone brunito), come se non non fosse risaputo che le cromie, essendo in prevalenza epidermiche, hanno una valenza marginale nell’attenuazione degli impatti visivi, laddove risultano dominanti le masse edilizie, le conformazioni stereometriche, etc.
Ora però è difficile “rimettere il dentifricio nel tubetto”, come suol dirsi. E anche la drastica ipotesi avanzata da qualcuno, di demolire quanto è stato costruito, pare poco attuabile.
Eppure, c’è un effetto scaturito dalla vicenda del “cubo nero”, e da altre vicende simili, che considero positivo: l’emergere di una nuova coscienza civica, che rivitalizza quella che i fiorentini hanno storicamente dimostrato di avere. Si ha infatti l’impressione, nel mentre lo scandalo continua a deflagrare, che aumenti la convinzione che si debba farla finita con l’andazzo finora dominante, non essendo quello del “cubo nero” un incidente isolato. L’intensificarsi dell’impegno di vari soggetti – privati cittadini, associazioni, comitati, fonti locali di informazione, addirittura esponenti della nobiltà (ben vengano anche loro se necessario) – è un chiaro segnale del riaccendersi di una sensibilità rimasta troppo a lungo spenta.
Per conto mio, considerato il prestigio mondiale di cui gode Firenze, e considerata la sequenza dei tanti episodi che ne hanno intaccato l’immagine, vi sono molte valide ragioni per avallare l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta nazionale. E’ indispensabile fare luce su quanto accaduto e imprimere una svolta concreta alla storia della città, specie in materia di tutela del patrimonio architettonico e paesaggistico.
(EMas) Emanuele Masiello – Firenze, 24 febbraio 2026





