FERDINANDO PANCIATICHI XIMENES D’ARAGONA E L’OPUS MAGNUM DI SAMMEZZANO

Pubblichiamo anche in questo sito web, con poche rielaborazioni non di sostanza, un articolo su Sammezzano edito nel periodico a stampa "Pègaso" (Quadrimestrale di Cultura, Arte, Costume), Anno XXXVII, settembre-dicembre 2014, pp. 48-49

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Posta su un poggio che domina il Valdarno tra Reggello e Rignano, sopra l’outlet ‘The Mall’, la villa-castello di Sammezzano è l’opus magnum del suo geniale artefice, il marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, che creò un capolavoro d’arte e architettura  improntato al mondo islamico e orientale.

Avendo ereditato un’enorme fortuna patrimoniale, il marchese inizia a dedicarsi a Sammezzano poco dopo la metà dell’Ottocento, occupandosi della creazione del parco – dove tra l’altro impianta esotiche sequoie importate dal Nord-America – e della graduale trasformazione della preesistente villa di fattoria alla quale, negli anni successivi, egli conferisce l’aspetto di imponente e sontuosa residenza di campagna, unica nel suo genere per la prevalenza dello stile moresco che ne permea la facies esterna e interna. Oltre a varie opere complementari tra cui la ‘Casa di Guardia’, è all’immobile principale che il marchese dedica le maggiori attenzioni ed energie, nel duplice ruolo di  artefice e committente che gli consente di esercitare un’autocrazia assoluta nell’ideazione ed esecuzione dell’opera.

L’edificio è infatti notevolmente ingrandito ed è globalmente riconformato, sia nelle facciate sia negli ambienti interni, distribuiti su tre piani ma presenti alcuni anche nel sottosuolo e nel sottotetto.

Il culmine dell’estro inventivo si raggiunge al piano nobile, dove la creazione delle molteplici sale, concatenate entro assetti spaziali vari e movimentati, si sostanzia in un tour de force di copiose ornamentazioni, spesso policrome e polimateriche (stucchi, ceramiche, vetri, etc.), che rielaborano in maniera eccezionalmente opulenta e fantasiosa il vasto repertorio storico dell’arte islamica e orientale (archi polilobati, muqarnas, trafori, motivi arabescati, etc.) di cui Panciatichi propone una prodigiosa summa in terra di Toscana. La Sala Bianca, la Galleria delle Stalattiti, la Sala dei Gigli, la Sala dei Pavoni, la Sala degli Amanti, la Sala dei Piatti Spagnoli, etc., sono nomi che identificano icasticamente le variegate qualificazioni estetiche conferite ai vari ambienti, evocanti la cultura dei lontani ascendenti iberici (Ximenes d’Aragona) del marchese.

Entro i fitti apparati decorativi, Ferdinando inserisce anche molte iscrizioni – componimenti in rima, frasi latine, proverbi, citazioni di Dante, etc. -, talvolta criptiche o allusive.  Esse rivelano un temperamento ermetico, incline al piacere per gli enigmi e gli arcana, che rendono quella del  marchese una personalità davvero densa di aspetti psicologici.   Egli fu un uomo peraltro afflitto da un grande grande dispiacere:  quello legato all’adulterio  di sua moglie Giulia de Saint Seigne che lo costrinse con dolore ad allontanarla dalla sua vita, pur non essendo stato egli stesso immune da allettamenti extraconiugali.

Emblematico di questa sua passione per la sfida misteriosofica, nella Galleria delle Stalattitti, è il passo dantesco O voi c’havete li ‘ntelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde sotto ‘l velame de li segni strani.  Altrettanto eloquenti, nel Corridoio Bianco, sono le scritte Frangar non flectar (Mi rompo ma non mi fletto o spezzo) e Nodum Solve (Sciogli il nodo, svela il segreto).  Molto esplicativo della sua personalità è anche il verso della Sala degli Amanti: Va solingo il leon per suo sentiero / spiega  romita al ciel l’aquila in volo / sia nobil tedio o vuluttà d’impero / ogni forte nel mondo è sempre solo. Infine, una frase che ritengo illuminante per tutto ciò che Sammezzano e il suo autore comunicano è la seguente: Est aliquid delirii in omni magno (Vi è un pizzico di follia in ogni grande).

Può sorprendere il fatto che Ferdinando, pur non essendo un architetto di professione, sia riuscito a compiere una tale impresa costruttiva, avvalendosi del solo ausilio di maestranze locali, comunque abili, che forse egli stesso provvide a formare e istruire.   Va però detto che Panciatichi fu un autentico cultore dell’arte di edificare, a cui dedicò persino un trattatello rimasto a lungo inedito (Pensieri sull’architettura), che ben riflette l’attitudine del nobiluomo a volersi distinguere negli ambiti più vari della conoscenza umana. Inoltre, finanziando lautamente la promozione della disciplina, egli  intrattenne proficue relazioni coi circoli accademici e professionali.  Cimentandosi peraltro  nell’elaborazione di vari progetti, alcuni dei quali pubblicati nel periodico ‘Ricordi di Architettura’ che tra il 1879-1900 è uno dei più pregevoli in Firenze.  Del resto, non essendo all’epoca obbligatorio il possesso di titoli professionali, era prassi alquanto consueta, tra i ceti nobiliari, dilettarsi di architettura, spesso mediante l’acquisizione in proprio di elevate competenze teoriche e tecniche.

L’architettura quindi primeggia tra i tanti altri interessi pubblici e privati – quali la politica, l’imprenditoria, il collezionismo, la botanica, la bibliofilia, etc. -, che fanno del marchese un eccentrico protagonista della scena culturale della seconda metà dell’Ottocento in Firenze e in Toscana. L’esperienza di Sammezzano ne è la prova lampante, giacché evidenzia la volontà di Panciatichi di rendere la sua magnifica residenza, nell’insieme e in ogni dettaglio, pienamente espressiva  del suo universo estetico e della sua insolita passione per l’arte islamica e orientale.  Che egli reputa superiore a quella occidentale in quanto, non potendo essa raffigurare la divinità (come nell’Ebraismo), sarebbe riuscita a raggiungere risultati eccelsi nell’ornamentazione geometrica e fitomorfica.

Panciatichi diviene di fatto uno dei massimi fautori dell’Orientalismo, senza peraltro mai recarsi di persona in Africa o in Asia.  Le sue fonti ispirative sono soprattutto le pregevoli pubblicazioni di autori stranieri (Owen Jones, Ludwig von Zanth e altri), doviziosamente illustrate, che egli acquista in occasione di viaggi europei o mediante i canali editoriali che appagano la sua bibliofilia.

Anticonformista come pochi al suo tempo, egli respinge con sdegno le critiche di discostarsi troppo dagli stili correnti e di attribuire eccessiva importanza all’Oriente. “Che io sia troppo amante degli oggetti orientali – replica alle contestazioni di Alessandro Foresi – non posso certo ritenerlo per biasimo; anzi solo mi duole di non avere tutte le conoscenze che esigerebbe lo studio dei paesi da cui ha preso le mosse tutto lo scibile umano”. Panciatichi si compiace pertanto di sbalordire i partecipanti al IV Congresso Internazionale degli Orientalisti, tenutosi a Firenze nel 1878, condotti in visita a Sammezzano malgrado i lavori siano ancora in corso (il torrione centrale della facciata nord-orientale sarà ultimato nel 1889).

Al marchese Ferdinando spetta dunque l’enorme merito di aver creato, spendendo cifre ingentissime, un’opera destinata a imporsi quale autentico unicum nel ricco patrimonio culturale toscano. Entro il quale, giova ricordarlo, le altre esperienze artistiche di matrice orientale o islamica, quantunque pregevoli, appaiono chiaramente sovrastate dalla grandiosa e abbagliante opulenza di Sammezzano.

Dopo la morte del marchese nel 1897, la proprietà di Sammezzano fu ereditata da sua figlia Marianna e in seguito fu adibita a vari altri usi tra cui, per un certo periodo, quello di albergo di lusso dove tra l’altro festeggiarono le nozze molte coppie del Valdarno. Le difficoltà economiche in cui incorsero i proprietari cagionarono tuttavia la graduale decadenza degli immobili, e lo stato di dismissione che al giorno d’oggi permea l’intera tenuta.

La tutela culturale esercitata dallo Stato ha comunque impedito che i beni architettonici e paesaggistici subissero danni gravi e irreversibili, come accaduto altrove.  Il recente riaccendersi dell’attenzione infonde inoltre fiducia nel possibile recupero del complesso e nella prospettiva di un futuro nuovamente degno dell’eccelso pregio storico e artistico che ammanta i luoghi.

Per lavoro, mi occupo della tutela di Sammezzano da vari anni e devo dire che ogni volta che ne parlo o ne scrivo mi trattengo dall’essere troppo enfatico o ridondante negli elogi.  Eppure, malgrado l’attualità non certo ottimale, l’opus magnum del marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona continua a non smettere di incantare, di meravigliare, di suscitare estasi visive difficilmente percepibili altrove.

EMAS – Dicembre 2014

 

 

 

 

 

Si veda anche: Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona / Sammezzano e il sogno d’Oriente, a cura di E. MASIELLO e E. SANTACROCE, Atti del convegno tenutosi a Sammezzano (FI) il 31 maggio-1 giugno 2013, Sillabe, Livorno 2014.

 

 

 

 

 

 

Di seguito, i video dell’intervento di EMas al convegno tenutosi nel maggio 2013 a Sammezzano