INSERTI “BRUTAL-NEOPLASTICI” NELLA CHIESA DI SAN MARTINO A RUFINA (FI)

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L’area presbiteriale della chiesa di San Martino a Rufina, entro la quale campeggiano gli inserti “brutal-neoplastici” progettati da Stefano Bolaffio (coro, ambone con leggio, altare con parete a schermo retrostante, cricifisso, oltre al fonte battesimale più in primo piano sulla destra), come essi apparivano originariamente, poco dopo la realizzazione nel 1971 ca. e prima che venissero purtroppo alterati con varie modifiche (fotografia conservata dal parroco, don Luca Meacci)

 

Nella cittadina di Rufina, situata nella valle del fiume Sieve, a pochi chilometri da Firenze, si trova la chiesa di San Martino, affacciata sulla piazza principale. La chiesa in sé non è un capolavoro architettonico, essendo un semplice edificio a capanna, con un’ampia aula unica caratterizzata dalla tipica bicromia brunelleschiana (bianco per le parti murarie e grigio per le membrature).  Ma non è della chiesa in quanto tale che voglio parlarvi bensì di alcune opere presenti al suo interno, progettate da Stefano Bolaffio (1935-2013). Le quali a mio avviso posseggono un interesse speciale, essendo molto insolite per un edificio ecclesiastico, come i tanti ove storicamente hanno prevalso, per gusti del clero, stili più rassicuranti e legati alle tradizioni locali.

Tali opere, databili al 1971 ca., le ho definite inserti “brutal-neoplastici”, con l’intento di rendere efficacemente l’idea della loro qualità materica ed estetica. Si tratta infatti di complementi ornamentali e liturgici – quali l’ambone e il coro nel presbiterio, il fonte battesimale, i supporti per le opere d’arte presenti nelle nicchie delle pareti (tra cui il San Martino nell’atto di donare parte del mantello al povero, 1972, e l’Annunciazione, 1972, dell’artista Amalia Ciardi Dupré), etc. – che hanno una caratteristica precipua. Quella di essere stati realizzati, brutalisticamente, in calcestruzzo lasciato a vista, ed in forme vagamente neoplastiche.

 

Amalia Ciardi Dupré, San Martino nell’atto di donare parte del mantello al povero (1972), opera scultorea di cemento armato collocata su un supporto, di cemento armato anch’esso, disegnato da Stefano Bolaffio, entro una nicchia della parete destra della chiesa (Da: https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0900333841)

 

Amalia Ciardi Dupré, L’Annunciazione (1972), altra opera scultorea di cemento armato, composta da due figure, sullo sfondo di rimpelli murari in risalto, sapientamente disegnati da Stefano Bolaffio, entro un’altra nicchia della parete destra della chiesa (da: https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0900333840)

 

Nella sostanza, una tipica operazione post-conciliare ebbe il pregio di inverarsi a Rùfina in un insieme coerente di opere innovative – comprese le lampade per illuminare l’area delle panche – che “aggiornarono” la qualità dello spazio ecclesiastico, senza cancellarne l’identità storica.

Il termine brutalismo, in architettura, rimanda a qualcosa che, semplificando, privilegia la materia allo stato brut, grezzo, privo di finiture elaborate o simulazioni decorative, etc. Esso designa un’esperienza storica collocabile, grosso modo, tra gli anni Quaranta e gli anni Ottanta del Novecento. Oggi il brutalismo, specie se riferito ad opere fatte interamente (o quasi) di calcestruzzo a vista, è tornato molto di moda. Non tanto sul piano delle proposte progettuali, quanto su quello della rivalutazione critica della sua parvenza fenomenica. Gli inserti presenti nella chiesa di Rùfina sono quindi interessanti anche perché espressivi di una tendenza largamente seguita nel secondo Novecento, sebbene quansi mai applicata negli edifici ecclesiastici, salvo appunto in rari casi come quello di San Martino.

Agli artefatti di cui trattasi ho però voluto attribuire anche l’appellativo di “neoplastici”, poiché in essi si coglie il richiamo all’estetica De Stijl, l’avanguardia olandese che, tra la prima metà degli anni ‘10 e la prima metà degli anni ‘30 circa, arricchì notevolmente il linguaggio del modernismo in architettura e nelle arti visive.  Incentrando il suo apporto sulla scomposizione della “scatola volumetrica” e sull’individuazione dei suoi elementi – piani, linee, etc. – poi riassemblati secondo nuove modalità compositive, definite appunto “neoplastiche”.

 

L’interno della chiesa di San Martino, prima dell’esecuzione del restauro conclusosi nel 2025 (emasphoto del 30/05/2024)

 

Ciò che appare apprezzabile, nella chiesa di Rufina, è che l’inserimento di tali artefatti brutalistici e neoplasticheggianti non ha creato contrasti disturbanti per la percezione visiva. Ma anzi ha dimostrato che essi possono ben coesistere all’interno di un ambiente di diversa connotazione.

Si può dunque affermare che quello attuato nella chiesa di Rufina sia stato un intervento ben riuscito e culturalmente coraggioso.  Che attesta il valore che possono assumere dei semplici inserti puntuali – di dimensioni relativamente modeste – i quali peraltro non sono ancora “beni culturali”, in base alle leggi vigenti, avendo meno di 70 anni.  Ma il cui pregio è però palese, ancor più se si considera che molte opere in calcestruzzo degli anni Settanta sono a rischio di degrado o di rifacimenti impropri proprio perché non ancora percepite come “beni culturali” storicizzati.

La qual cosa induce ad auspicare che si possa giungere, in prospettiva, all’attuazione di un restauro di ripristino, su basi filologiche, che avrebbe comunque il carattere di un progetto inedito. Con l’obiettivo primario di riconferire alla chiesa di Rufina l’aspetto che aveva prima che le opere di Bolaffio perdessero la loro integrità originaria (con l’applicazione di parti in bronzo o legno) o che addirittura venissero rimosse (come l’Annunciazione e il grande Crocifisso di legno douglas), ma per fortuna conservate in modo da poter essere ricollocate in situ.

 

Particolare della scultura di San Martino nell’atto di donare parte del mantello al povero (1972), di Amalia Ciardi Dupré, collocata su un supporto di cemento a vista, di Stefano Bolaffio, come si presentavano, con lo sfondo tinteggiato di rosa, prima del restauro della chiesa completato nel 2025 (emasphoto del 13/06/2024)

 

Resta da aggiungere qualche nota su Stefano Bolaffio, autore degli inserti “brutal-neoplastici” a cui stiamo dedicando questo scritto.

Egli ebbe la fortuna di avere come maestri universitari Leonardo Savioli e Leonardo Ricci, entrambi a loro volta allievi di Giovanni Michelucci, tutti esponenti di spicco della Scuola fiorentina di architettura, notoriamente favorevole all’utilizzo ampio e vario del materiale cementizio.  Fin dall’inizio della sua attività professionale, anche Bolaffio dimostrò di sapersi collocare, nel solco della modernità, tra coloro che dimostrarono spiccate attitudini nell’utilizzo del calcestruzzo cementizio, con sensibilità plastica e attenzione al contesto.  Come dimostra la sua opera nella chiesa di Rùfina, di cui fu arricchito lo spazio interno con inediti valori creativi.

Trovo giusto, quindi, che siano riconosciuti a Bolaffio i meriti autoriali che gli spettano, anche a compensazione del fatto che sinora egli non ha ricevuto alcun plauso critico, neppure postumo. Eppure, dalle prime informazioni acquisite e dall’osservazione – anche solo sommaria – di alcune sue altre opere, parrebbe che Bolaffio abbia dato un notevole contributo (quantitativo e qualitativo) all’architettura e all’edilizia del suo tempo.

Quanto basta per dichiararmi lieto di aver suscitato un certo interesse per il suo operato e di aver dato impulso a un insieme di iniziative – tra cui la compilazione di un censimento dei suoi lavori – dai cui esiti si confida che possano emergere i materiali da esporre in una futura mostra a lui dedicata.

 

EMas (Emanuele Masiello) – Aprile 2024

 


 

La chiesa di San Martino a Rùfina, affacciata sull’antistante Piazza Umberto I, in una cartolina postale fotografica databile al periodo tra gli anni ’60 e ’70 ca. (collezione Carlo Rossi)

 

La chiesa di San Martino a Rùfina, prima del restauro conclusosi nel 2025 (emasphoto del 23/02/2023)

 

 

 


 

Ringrazio il Comune di Rùfina, il parroco don Luca Meacci, l’architetto Bruno Francini, la signora Mariapaola Bolaffio, figlia dell’architetto Stefano Bolaffio

 

 

 

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